Raisc

 
 

Raisc è il termine ladino per “radice”, un termine che – oltre all’ovvio significato botanico dell’organo che alimenta una pianta – nel senso metaforico indica il principio o la causa di una cosa oppure l’origine di una persona. Infatti si dice “andare alla radice di un problema” oppure “andare alla scoperta delle proprie radici”. Un percorso, quello verso le proprie radici, che otto artisti intraprendono attraverso una mostra collettiva organizzata dall’Associazione artisti ladini EPL – Ert por i Ladins in collaborazione con l’Associazione Turistica di Badia. 
 

La rassegna, intitolata appunto RADICI, riunisce opere che utilizzano i mezzi di espressione più diversi – pittura, disegno, fotografie, filmati, scultura, fino ad arrivare alle installazioni – per esplorare la cultura e la storia ladina, mettendo in rilievo i mutamenti del sistema dei valori e del concetto di eredità, dando espressione a un forte attaccamento al territorio oppure allo sradicamento dallo stesso e tematizzando l’isolamento culturale che ne può conseguire. Trascendendo così gli stereotipi folcloristici, e grazie alla loro provenienza da generazioni e contesti diversi tra di loro, gli otto artisti protagonisti della mostra creano uno spaccato collettivo della cultura ladina in bilico tra il passato e il presente, all’incrocio tra memoria, identità e cambiamento. 

 Sull’ampio spettro di significati “glocal” evocati dal titolo “radici” si sono dunque confrontati gli artisti in mostra. Rispondendo ad una “provocazione” intellettuale ed esistenziale con la quale ci confrontiamo ogni istante, intelligenze e sensibilità diverse si sono messe in gioco, riuscendo a coglierne aspetti e sfumature sorprendenti. 

 

C’è ironia nei voli fantasiosi delle figure colorate di Maria Pezzedi, al tempo stesso libranti e imbrigliate nelle trame irregolari e filiformi di minuscole radici. Parrebbe prendere alla lettera il tema Pezzedi, eppure con un soffio ne dissolve ogni intrinseca gravità poiché è proprio in termini di leggerezza calviniana che possono essere colti tutti i suoi personaggi, l’uomo di licheni, l’uccello con due occhi e due becchi, il pupazzo di neve o ancora il polipo verde.

Si muove invece da un punto di vista diametralmente opposto l’interpretazione fattane da Fabian Feichter, partendo dalla gravità in senso letterale, ovvero quella che preme sul corpo, quella che ci calamita fatalmente al centro della Terra. Non gli rimane che mettersi in gioco in prima persona e guardarsi guardato nel suo esserci, nella difficile ricerca di una qualche forma di equilibrio. È da tutto ciò che scaturisce un senso di auto-ironia, un prendersi in giro per prendersi sul serio. 

Le radici si fanno inestricabili trame di vita nei dipinti di Guido Tavella, il quale nel suo intrico di linee e forme armoniose, leggibili tanto in positivo quanto in negativo, sembra negarci la possibilità di seguire un univoco percorso logico, così come spesso la vita ci insegna. 

Nelle opere di Michael Moling emerge una ricerca filologica delle nostre radici, così come forse solo le riproduzioni in bianco/nero recuperate in qualche libro, in qualche vecchio album oppure su una bancarella, riescono a testimoniare. Ma l’effetto ricercato di foto-collage ne sposta necessariamente l’asse e l’orizzonte simbolici. La stampa antica acquisisce spazialità, si fa monumento da scalare, un peso dal quale spiccare in fretta il volo. Se la storia e le tradizioni si tramandano anche attraverso ciò che indossiamo, e se oltretutto è fatto a maglia, allora ci confrontiamo con il loro versante femminile. In questo senso non possiamo che rilevare quanto cammino è stato compiuto da quando le donne sferruzzavano/ ricamavano abiti in antiche stuben a quando, con un’operazione dalla valenza simbolica Roberta Sottara mette in mostra quegli stessi abiti e al tempo stesso una storia di quotidianità. La sciarpa incorniciata e gilet, probabilmente un tempo da lei stessa indossati, sono ora sculture che suggeriscono un universo assiologico legato al femminile, che si ricollega alla filatura di Penenoloe di odisseiana memoria. 

Anche nel lavoro di Helmut Pizzinini si percepisce uno stesso amore per il recupero che diventa spunto d’indagine filosofica. La sua cifra stilistica procede per sedimentazione laddove l’attenzione verso il riciclo di materiali vissuti, acquisisce un surplus di senso attraverso la sovrapposizione di taglienti segmenti blu, leggibili sia come monito sia come necessità di una diversa presa di visione delle cose. 

Non solo la cronaca che si fa storia, ma anche l’atto creativo in sé segue una sua propria parabola, prevedendo un punto di inizio (il momento ideativo), uno svolgimento e una fine (il momento interpretativo). La breve animazione di Ursula Tavella parla dell’evolversi di una forma in tempo accelerato, un intrico di rami, radici che districano in pochi istanti, che al tempo pongono in essere il materializzarsi dell’operazione creativa dal suo atto iniziale a quello finale. 

Questa mostra ci mostra infine un ulteriore aspetto del tema: oltre la cultura c’è la natura, l’altro da sé dal quale tutti proveniamo e verso il quale nulla può l’uomo, come ci viene ricordato bene dal susseguirsi di catastrofi degli ultimi anni. E questa stessa incombenza viene evocata da uno scatto fotografico come quello di Gustav Willeit, quando ci fa vedere rarefatte forme di vita ad altitudini estreme, restituendoci un silenzio che non può che ricondurci ineluttabilmente alle radici di noi stessi in relazione al mondo nel quale siamo immersi.

 
 
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31.7 - 31.8.2016
Fujina eletrica nöia d’Altin - La Ila

Collaboration
EPL-Ert por i Ladins
Assoziaziun Turistica de Badia

Work done  
Curator, drafting of texts and coordinator of the project

 

Artisć

Fabian Feichter
Michael Moling
Maria Pezzedi
Helmut Pizzinini
Roberta Sottara
Guido Tavella
Ursula Tavella
Gustav Willeit